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Cha no yu: la cerimonia del tè

Siamo ancora con la nostra nutrizionista Dalila Roglieri a Matsue: dopo aver assaporato il tè matcha davanti a un sorprendente tramonto, eccoci ora alla tradizionale cerimonia del tè.

Il sapore intenso del tè Matcha assaporato per strada solo qualche giorno fa: più ci torno con la memoria, più forte si fa la sensazione che quello sia solo un tassello di qualcosa di più grande, un lato della cultura giapponese che mi preme ora completare.

Fortunatamente oggi il tempo libero non mi manca: la nave ripartirà solo in serata, lasciandomi quindi un intero pomeriggio per vagare nelle strade della città in cerca della casa da tè che più mi ispira, con un obiettivo chiaro in mente: vivere la migliore esperienza del Cha no yu, o Sado, o – per noi occidentali – cerimonia del tè.

Nonostante l’usanza di accogliere l’ospite in casa per sorseggiare tè sia diffusa in tutto il mondo, in Giappone assume un significato più profondo e diventa un rito sociale con una sua precisa formalità.

La cerimonia può prendere il nome di Cha no yu, che letteralmente significa “acqua calda per il tè”, o – se si preferisce sottolineare il suo aspetto spirituale – di Sado, “via del tè”.

Quella cui ho la fortuna di partecipare questo pomeriggio avviene secondo lo stile Wabi-cha, uno stile particolarmente sobrio che richiama l’usanza dei monaci buddisti di consumare tè verde durante i periodi di meditazione. Il tè Matcha, con le sue proprietà stimolanti, era considerato infatti un aiuto dai monaci durante le lunghe ore di preghiera, e ancora oggi conserva il ruolo affidatogli secoli fa.

L’arte zen di condividere con umiltà il tè Matcha si è diffusa nei secoli anche nella cultura popolare, conservando la semplicità dei principi con cui è nata.

L’eleganza dei movimenti nel preparare e servire la bevanda vogliono richiamare un concetto di Purezza dell’incontro e di Rispetto tra i partecipanti alla cerimonia: tanta più Armonia e Tranquillità si creano nel vivere il momento comune, tanto più l’ospite si sentirà a proprio agio e ben gradito.

La cerimonia tradizionale si svolge in piccole costruzioni in legno, quasi spoglie all’interno, e prevede l’utilizzo di diversi utensili in materiale naturale che cambiano a seconda della stagione.

Anche la collocazione del bollitore rispecchia i ritmi della natura: in autunno e inverno il “kama” è custodito in una fornace ricavata nel tatami, mentre le miti temperature primaverili e l’estate lo portano alla luce posizionandolo su un braciere esterno.

La durata del rito dipende dall’occasione celebrata: il rito può infatti diventare complesso, pur conservando lo stile sobrio. 

Seduta sul tatami attendo discreta la proprietaria della casa da tè.

In pochi minuti mi raggiunge, silenziosa, trasportando il vassoio odon su cui sono appoggiati gli elementi dello Cha no yu nella sua forma piu essenziale.

La preparazione inizia riscaldando la tazza da tè con acqua bollente, con movimenti circolari che bagnano anche le pareti della ciotola. Dopo averla asciugata, inizia la vera preparazione del tè.

La polvere di Matcha e’ custodita nel nazume, piccolo contenitore di colore scuro: la mia ospite ne raccoglie una piccola quantità con un utensile di bambù, il chashaku, e la pone sul fondo della chawan, la tazza temperata.

Tutto avviene con grande calma: il rispettoso silenzio del rito viene interrotto solo dal rumore dell’acqua calda nella tazza.

Con una frusta di bambù, il chasen, tè e acqua bollente vengono ora mescolati energicamente fino a formare una schiuma dal colore verde chiaro in superficie. Il te Matcha è pronto.

Seppur lontana da casa l’utilizzo di acqua calda, di un composto in polvere e un bollitore tradizionale fanno vagare la mia mente fino al mio tavolo di casa, in Italia. E mi immagino a ricambiare un giorno la cortese ospitalità giapponese con il gorgoglio di una tradizionale moka da caffè all’italiana.