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Il kyudo: lo zen e il tiro con l’arco

Il kyudo, o “via dell’arco”, è una delle arti marziali giapponesi che affondano le proprie origini nella grande storia militare del Sol Levante.

Con il nome di kyujutsu faceva parte delle discipline del Bujutsu (“tecniche marziali”) inserite tradizionalmente nel programma di educazione fisica delle scuole pubbliche.

Nel 1926, il governo volle cambiare l’impostazione di tali insegnamenti spostando l’accento dalla pura tecnica al valore formativo in termini di etica e morale. I Bujutsu divennero così Budo (“vie marziali”), e le pratiche del kenjutsu, jujutsu e kyujutsu presero i nomi con cui li conosciamo ancora noi oggi, ovvero kendo, judo e, appunto, kyudo.

Come le altre “vie”, quindi, anche il tiro con l’arco tradizionale giapponese rappresenta un percorso etico e morale da praticare attraverso l’allenamento fisico: il gesto esteriore diventa espressione di una condizione di equilibrio interno o di ricerca dello stesso, in una visione armonica di prestazione fisica, eleganza corporea e rettitudine morale.

Il kyudo moderno, che ha accentuato il proprio aspetto di pratica sportiva dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stato codificato a partire dal 1953 nel Manuale del Kyudo, che lo descrive come esercizio fisico per la salute e il benessere ma anche come pratica per sviluppare “disciplina, modestia, senso di calma e rispetto, autocontrollo e capacità di introspezione”.

L’arciere giapponese tradizionale e quello occidentale hanno quindi punti di riferimento diversi, che li portano a praticare la stessa attività con modalità differenti, e a dare ad attrezzi analoghi caratteristiche assai distanti.

Il tiro con l’arco occidentale segue la logica della performance, come nostra abitudine per le pratiche sportive in genere. Si concentra quindi su tutte le condizioni “esterne” che possono portare al risultato, al miglior punteggio. L’arco ha infatti subito numerose evoluzioni negli anni, in termini di dimensioni, forma, materiali e componenti: mirini, contrappesi stabilizzanti, “bottone berger” per minimizzare le oscillazioni della freccia in uscita. E a seconda dell’arco e dell’obiettivo, frecce con velocità di rotazioni precise e definite. Una meccanica perfetta.

Anche nel kyudo la freccia viene scoccata perché centri il bersaglio, ma questo deve avvenire quasi a prescindere dalle condizioni esterne: per andare a segno l’arciere non migliora l’arco, ma la propria postura e la solida fluidità dei gesti. Lo yumi, l’arco tradizionale, non ha subito sostanziali variazioni nel tempo. E’ estremamente lungo rispetto all’arco occidentale, arrivando a circa 2 metri e 30 cm per un arciere con un’altezza nella norma; è asimmetrico, senza mirino, senza alcun accessorio per calibrarne la meccanica. Le frecce non hanno una velocità di rotazione calcolata, e il bersaglio è meno distante. Ma né l’arco, né le frecce, né il bersaglio sono importanti, se analizzati singolarmente: l’arciere giapponese scoccherà la propria freccia con serenità e determinazione nel momento in cui sarà riuscito a rendere se stesso, l’arco e il bersaglio parti di un unico insieme.

E ci sarà riuscito grazie alla postura bilanciata, all’ampiezza armonica dei movimenti, alla concentrazione dell’energia lungo la giusta direttrice.

Senza tuttavia trascurare l’importanza dell’esercizio fisico.

Perché, come disse il Maestro Inagaki Genshiro, “coloro che reputano possibile raggiungere la comprensione dello spirito del kyudo coltivando sì il dominio di corpo ed etichetta, ma trascurando l’arduo esercizio delle tecniche, dal kyudo non trarranno altro che vuota forma esteriore”*.

 

 

*Tratto da :Inagaki Genshiro – The spirit of Kyudo, Lo spirito del Kyudo, Yumi  No Kokoro – Luni Editrice