Il microbiota all’incrocio tra alimentazione e salute

Con questo titolo la nostra flora intestinale si è guadagnata in poche settimane un posto di assoluto prestigio nella letteratura scientifica: dalle pagine di Science, infatti, i Professori Gentile e Weir della Colorado State University la propongono come vero e proprio punto di contatto tra cibo e stato di salute1.

Come spiegano gli autori, infatti, “l’alimentazione è un componente chiave della relazione tra l’organismo umano e il proprio microbiota; i microrganismi che risiedono nell’intestino utilizzano per se stessi i nutrienti che noi assumiamo con la dieta, trasformandoli in sostanze che possono avere un impatto importante sulle funzioni del nostro organismo”.

“Un legame a doppio filo quello tra nutrienti e microbiota” – continuano i ricercatori – “da una parte infatti quel che mangiamo può far variare composizione e attività della flora intestinale, mentre dall’altra i microrganismi della flora influenzano l’assorbimento e l’utilizzo dei nutrienti che assumiamo, con possibili conseguenze anche rilevanti sullo stato del nostro organismo”.

Una relazione affascinante, di cui l’articolo traccia lo stato delle evidenze sotto vari aspetti.

Per quanto riguarda ad esempio i singoli nutrienti, ecco qui di seguito cosa riporta l’articolo su fibre e proteine, due dei componenti della dieta con maggior effetto sul microbiota intestinale:

Fibre

Popolazioni con un’alimentazione particolarmente ricca in fibre possiedono un microbiota più ricco e diversificato: molte delle fibre che ingeriamo vengono infatti utilizzate dai microrganismi della nostra flora come nutrimento.

Una carenza di fibre nell’alimentazione può portare tali microrganismi a cercare altre forme di nutrimento: alcune specie sono ad esempio in grado di nutrirsi di alcune “glicoproteine” che compongono la nostra mucosa intestinale, che tuttavia, se vengono utilizzate a questo scopo, possono causare una riduzione dell’effetto barriera dell’intestino e un aumento della suscettibilità ai batteri patogeni, oltre che a uno stato infiammatorio a livello intestinale – come è stato osservato in studi su animali.

Poche fibre nella dieta significa anche minor produzione, da parte del microbiota, di acidi grassi a catena corta (SCFA), di cui abbiamo già avuto modo di parlare per via sia degli effetti vantaggiosi che si attribuiscono loro (salute delle cellule intestinali, controllo dei livelli plasmatici di colesterolo, possibile effetto antinfiammatorio), sia del loro ruolo nella comunicazione tra intestino e cervello.

Proteine

Come le fibre, anche le proteine possono costituire nutrimento per i microrganismi della flora intestinale. In particolare, il microbiota utilizza i singoli amminoacidi di cui le proteine si compongono, i quali vengono trasformati da tale utilizzo in una vasta gamma di prodotti tra loro differenti, che possono avere un effetto sull’organismo umano.

Alcuni di essi possono essere vantaggiosi: è il caso, ad esempio, di determinate sostanze che vengono prodotte dalla flora per trasformazione dell’amminoacido triptofano e che hanno mostrato un possibile ruolo protettivo e antinfiammatorio.

Altri effetti sono invece svantaggiosi, come avviene nel caso dell’amminoacido carnitina, trasformato dalla flora prima e dal fegato poi a dare una sostanza, l’ossido di trimetilammina (TMAO), i cui livelli nel sangue sono stati collegati, se elevati, a un maggiore rischio di malattie cardiovascolari.

Va specificato a questo proposito che la carnitina, da cui viene generata questa sostanza, si trova principalmente negli alimenti di origine animale – carne bovina in particolare – mentre non è particolarmente presente in quelli di origine vegetale, la cui importanza è già emersa a proposito delle fibre.

Concetti che richiamano quanto già emergeva da alcuni anni, come illustrato ad esempio nel vasto articolo “Influenza della dieta sul microbiota intestinale e implicazioni sulla salute umana”2 uscito lo scorso anno nell’editoria medica.

Accanto a fibre e proteine, l’articolo illustra il ruolo di componenti come grassi, antiossidanti (polifenoli) e probiotici. Passando attraverso le modifiche a livello di flora intestinale, si illustra ad esempio come i grassi saturi possano favorire uno stato infiammatorio del nostro organismo, al contrario di quelli insaturi che tendono, in generale, a sfavorirlo; per i polifenoli si mette in luce invece come la loro assunzione (ne sono ricchi frutta e ortaggi freschi) corrisponda a un aumento di lattobacilli e bifidobatteri, due generi che comprendono anche specie batteriche con proprietà probiotiche.

Passando proprio ai probiotici, di cui l’articolo focalizza in particolare il consumo attraverso latti fermentati specifici, si evidenzia infine come, oltre a un aumento dei suddetti generi, la loro assunzione vada ad aumentare l’abbondanza di flora batterica e a diminuire alcune sue componenti potenzialmente negative, come batteri coliformi, Helicobacter pylori o forme patogene di Escherichia coli.

Fonti
1 – Gentile LC, Wier TL. The gut microbiota at the intersection of diet and human health. Science 362 (6416), 776-780 (2018)
2 – Singh et al. Influence of diet on the gut microbiome and implications for human health. J Transl Med (2017) 15:73