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Il riso nella cultura italiana e giapponese

Italia e Giappone: 10.000 km di distanza che svaniscono quando si parla di salute, longevità e cultura del cibo.

Italia e Giappone sono tra Le Nazioni con la popolazione più longeva del pianeta, ed entrambe le loro tradizioni alimentari sono state dichiarate dall’’Unesco Patrimonio Intangibile dell’Umanità.

Due tradizioni – dieta mediterranea da una parte e washoku dall’altra – che condividono una “cultura”, prima ancora che specifici ingredienti.

Tra le icone della tradizione alimentare dei due Paesi sospese tra cibo e cultura figura senza dubbio il riso: le varietà coltivate in Italia, peraltro, sono in buona parte derivate per ibridazione proprio dalla stirpe Japonica [FAO].

In Giappone, il riso arriva persino a pervadere valori come religione, patria e appartenenza sociale: poiché l’imperatore – simbolo stesso della Nazione – è ritenuto incarnazione vivente del dio del riso maturo, mangiare riso, incorporarlo, assume addirittura il significato di “cementare l’identità” nipponica [G. Filoramo].

Questo valore culturale del riso è radicato e universale nel Paese, come specifica l’antropologa Emiko Ohnuki-Tierney nel testo Rice as Self, in cui individua anche un aspetto sociale unico per tale cereale. Sulle tavole giapponesi, infatti, il riso è l’unico alimento che viene condiviso tra i commensali, mentre tutti gli altri cibi vengono serviti separatamente nei piatti di ognuno. Il riso, quindi, come cibo che identifica e unisce gli appartenenti a una comunità.

Non a caso, quindi, per indicare un gruppo particolarmente coeso si utilizza la formula “mangiare dallo stesso tegame di riso”, mentre la situazione opposta viene efficacemente raffigurata dall’espressione “mangiare il riso di un altro”.

Il riso rappresenta inoltre una misura di prosperità e di valori ad essa connessi, tra cui benessere, “buona vita”, e bellezza.

L’uso antico di consumarlo anche in forma di umeboshi onigiri, polpette di riso ripiene di prugne che con la loro blanda acidità conservano il riso, stimolano la salivazione e aiutano la digestione [Fast Food and Intergenerational Commensality in Japan, Ethnology, 2002], ha inoltre associato all’alimento un concetto di elevata digeribilità.

Dal Giappone all’Italia: benessere, vigore, bellezza, digeribilità sono proprio i valori che anche il nostro immaginario tradizionale attribuisce al riso: le campagne pubblicitarie storiche dell’Ente Nazionale Risi, che abbiamo potuto ammirare lo scorso anno nell’ambito di EXPO 2015, recitavano infatti i più convinti slogan proprio su questi valori.

Eccone alcuni, utilizzati tra gli Anni Trenta e gli Anni Cinquanta:

  • “L’alimento che dà energia e salute”
  • “L’alimento degli sportivi”
  • “Rigeneratore di forza”
  • “Difendi la tua linea con il riso”
  • “Il riso è salute e bellezza”
  • “L’alimento che costa meno e nutre di più”

Dal punto di vista nutrizionale, il riso è senza dubbio un cereale da integrare nella nostra dieta abituale, perchè è una fonte di carboidrati particolarmente digeribili, adatta a tutti grazie all’assenza di glutine. Inoltre si può scelgliere tra un grande numero di varietà a disposizione (solo in Italia ne coltiviamo circa 30) con caratteristiche di gusto e profumo ben differenziate.

E’ da preferire un consumo abbinato ad alimenti ricchi di fibre, come le verdure, e/o di proteine: in questo modo il carico glicemico del piatto viene vantaggiosamente attenuato, con beneficio soprattutto per le persone diabetiche.

L’Italia, in cui l’uso del riso è documentato a partire dal Duecento [FAO] come alimento prezioso riservato alle famiglie nobiliari, è il primo produttore europeo di questo cereale, di cui consumiamo mediamente 5,5 kg a testa ogni anno.

Nelle regioni del Nord Ovest se ne mangia circa il doppio rispetto al resto d’Italia, rendendo così onore a grandi piatti della nostra tradizione come la panissa in Piemonte, il risotto allo zafferano in Lombardia, o alla parmigiana in Emilia-Romagna.