Perché gli antichi romani mangiavano poca carne?

La dieta dei nostri antenati latini, assai varia, dava grande spazio a cereali come orzo, frumento e farro, a legumi, a ortaggi e a latticini, riservando invece al consumo di carne solo specifiche occasioni.

Il bestiame non mancava, ma veniva generalmente utilizzato per altri scopi: il bue come strumento indispensabile per arare i terreni, la pecora come fonte del latte usato per i formaggi, all’epoca quasi unicamente di tipo pecorino.

Il consumo di carne era previsto solo in momenti specifici dell’anno, in occasione cioè dei riti sacrificali dedicati alle divinità maggiori, in onore dei quali venivano bruciate le ossa e il grasso di un bue – o, meno frequentemente, di ovini, suini e pollame – le cui carni venivano poi consumate da tutti coloro che partecipavano al rito, che le condividevano in un banchetto sacrificale.

Questo rito replicava dunque l’antico mito della separazione degli uomini dagli dei, avvenuta proprio in un banchetto sacrificale imbandito da Prometeo, in cui il titano amico dei mortali riservò loro le carni e le viscere degli animali sacrificali, destinando invece il fumo di grasso e ossa agli dei immortali.

Nella Roma antica, la distribuzione delle carni ai partecipanti al rito rispecchiava il loro status sociale: le figure di alto rango avevano diritto alla prima porzione nella distribuzione delle carni – ed erano per questo chiamati principes – mentre gli altri si ripartivano quel che restava.

Ad alcune figure specifiche si assegnavano inoltre parti ben definite dell’animale sacrificato: una zampa del bue spettava ad esempio al sacerdote, una parte della coscia all’incensiere, il girello all’araldo, le cervella ai fabbri e agli artigiani.

Il tutto annaffiato, naturalmente, da libagioni di acqua e vino, accompagnati da miele e talvolta da latte.