Il tè, la guerra di secessione americana e l’asse intestino-cervello

La scintilla che innescò la guerra di secessione americana fu il cosiddetto Boston tea party, nel corso del quale i coloni del Nuovo Mondo occuparono le navi inglesi ormeggiate nel porto della città e ne gettarono in mare il prezioso carico di tè.

La motivazione della protesta fu indubbiamente legata alle tasse imposte da Londra alle colonie americane; in madrepatria, tuttavia, ci fu spazio anche per altre spiegazioni come quella che, circa un secolo dopo, volle associare – in maniera piuttosto sorprendente – l’azione di rivolta e l’asse intestino-cervello.

La medicina ottocentesca aveva già intuito, infatti, l’esistenza di una connessione tra i due organi, che si riteneva avvenisse essenzialmente attraverso il sistema nervoso.

Tale legame era spesso chiamato in causa, in quel periodo, per fornire una ragione di tipo medico a dei problemi di ordine psicologico, la cui causa era spesso fatta risalire proprio a disordini intestinali o digestivi.

In questo contesto si accese, sul finire dell’età vittoriana, il dibattito medico sugli effetti di un eccessivo consumo di , cui parte della popolazione era ormai soggetta a causa della sopraggiunta depressione economica.

Ad abusare di tè erano soprattutto le donne della classe lavoratrice, che in molti casi si sostentavano unicamente con questa bevanda calda e del pane, per poter riservare a mariti e figli il poco cibo più nutriente di cui disponevano.

Una dieta così povera e l’assunzione ripetuta della bevanda, particolarmente forte all’epoca, si associavano spesso all’insorgere di problemi digestivi e, al tempo stesso, a nervosismo ed eccitabilità.

Elementi che i medici dell’epoca interpretarono in una logica di causa-effetto: l’eccessiva assunzione come causa di disordini dell’apparato digerente e questi, in base all’asse intestino – cervello, causa a loro volta di problemi di salute mentale definiti, a seconda dei casi, tensione emotiva, stress mentale, episodi maniaci o isteria.

Questa diffusa convinzione si allargò ben oltre la comunità medica, arrivando a permeare vasti strati della società inglese: fu così che, nel 1883, ebbe ampio eco sulla stampa britannica la teoria secondo cui “bere troppo tè crea una generazione di persone nervose, isteriche, non contente, sempre intente a lamentarsi dell’ordine esistente dell’universo, a fare prediche ai vicini, a desiderare l’impossibile”. “Sono convinto – sosteneva il decano di Bangor, principale fautore di questa teoria – che un’alimentazione migliore e più solida possa rendere queste persone più felici e più vicine a una corretta visione dell’esistenza. Sospetto infatti che troppo tè possa distruggere la calma dei nervi e agire contro di noi come una forza pericolosa e rivoluzionaria”.

A sostegno della propria convinzione, il decano portava proprio l’esempio della guerra di secessione americana, iniziata appunto dai grandi carichi di tè inglese nei porti del Nuovo Mondo, e allargava il sospetto anche alla rivoluzione francese: non l’insoddisfazione del Terzo Stato sotto Luigi XVI quindi, ma uno stato mentale alterato da problemi digestivi per il troppo tè.

Accanto a questi aneddoti quantomeno curiosi, la storia della medicina ci testimonia quindi che l’esistenza di un asse intestino-cervello era già assodata ben prima che si potesse anche solo pensare a concetti come il microbiota, di cui oggi invece è riconosciuta l’importanza nella comunicazione tra i due organi.

Senza conoscere tutte le possibili interconnessioni, era comunque chiaro che tra intestino e cervello esistesse un legame, la cui natura era tuttavia soggetta a interpretazioni: “parlando in generale – riporta un recente articolo sul tema – nell’Ottocento i medici tendevano a dar colpa all’intestino per i suoi effetti sulla mente, mentre all’inizio del Novecento era frequente che fossero gli psicologi a dar colpa alla mente per i suoi effetti sull’intestino. Oggi si sa, invece, che le vie di comunicazione tra i due organi sono multiple”.